Parla, mia paura di Simona Vinci

Parla, mia paura di Simona Vinci

Mangiavo, ma non avevo le forze.

5 minuti e passa.
10 minuti e passa.
1 ora e passa.
2 giorni e resta.
Resta la voglia di chiamare un’amica e uscire. 

Ora che non faccio più la stronza con gli sconosciuti.
Ora che non scrivo più lettere di ringraziamento.
Ora che non indosso più pantaloni attillati e tacco 12. 
Chi?

Sono sola.
A tenermi compagnia un pugno al centro del petto, lo stomaco arricciato e gli occhi zampillanti di acqua salata.
“Vorrei tornare indietro a quando il senso di colpa era gestibile”.
Oggi non più, non riesco a capire perchè…

O meglio lo so benissimo, ma le ragioni del cuore hanno origini lontane.

Mi ero fermata.
Avevo letteralmente preso una pausa.
Stavo ogni giorno per imbarcarmi, ma rimanevo sempre ferma al gate senza fare il check-in.
Mi guardavo intorno, ma non vedevo più nessuno.
Mi alzavo dal letto con il solo desiderio di tornarci.

A quel tempo ero iscritta al primo anno di università.
Diedi solo 2 esami: Geografia culturale e Glottologia.
Mi ricordo benissimo come tutto è iniziato.

Mi ricordo benissimo anche chi ha accelerato il dolore dandomi un bel “calcio in culo”.

Aveva un nome maschile, ed io ero follemente innamorata di lui: era bello, corteggiatissimo e sicuro di sè, tutto quello che insomma mancava a me, ma in fondo a 18 anni è molto facile avere un’autostima sotto la suola delle scarpe e perdersi nei “belli e maledetti”. Che se proprio ci devo pensare, lui di maledetto non aveva nulla, se non la convinzione di non sbagliare mai.

Ricordo tutto, ma più di tutto ricordo gli occhi tristi di mio padre quando mi guardava e non mi riconosceva più.

Da ragazzina “troppo” ero passata a “niente”.
Niente vasche nel centro di Bologna.
Niente scorpacciate di caramelle fino ad avere il mal di pancia.
Niente t-shirt scavate e minigonne.
Niente giri in macchina senza una meta con il finestrino giù e il braccio fuori.
Niente “bresche”.

Niente.

Solo tutto fermo.
Dolorante.
Impalpabile.
Singhiozzante.

Adesso basta però.

Non chiamarla più, potrebbe sempre tornare.


Questo romanzo di Simona Vinci mi ha riportato indietro nel tempo, facendo riemergere momenti lontani, ma mai troppo.

Ricordo come fosse ieri!


Numero di pagine

124.

Editore

Einaudi – Stile Libero BIG

In poche parole…

Un’autobiografia di un dolore senza evidenti cicatrici: la depressione.

Curiosità
Consigliato a chi…

Ha bisogno di “normalizzare” un dolore troppo grande attraverso le parole altrui.

Non adatto a chi…

Preferisce non ricordare.

Citazioni

Il cuore mi scoppiava nel petto, mettevo la testa sotto il cuscino e pensavo: non sono niente, non riesco più a essere niente e sto male, ma ogni volta che provo a essere qualcosa, ogni volta che sono qualcosa, che interpreto una parte, scelgo un ruolo, mi concentro per recitarlo al meglio, anzi, incarnarlo, mi sembra di morire”. [p. 5]

Me ne fregavo ormai di tutti. Pareti lisce, le persone, gli occhi, i sentimenti, le storie”. [p. 5]

Cercavo di guarirmi da sola”. [p. 14]

Puoi imparare a convivere con le fluttuazioni dell’umore, sapendo che molto probabilmente il nero passerà, impari molte strategie per distrarti e canalizzare altrove l’attenzione, impari la pazienza”. [p. 60]

Avere un figlio è avere paura”. [p. 65]

A volte per riuscire a dirlo e a raccontarlo, un dolore tanto grande, ci vogliono vent’anni. E’ il 2017, sono qui”. [p. 76]

E mentre spegnevo la sigaretta e mi mettevo in tasca il mozzicone, ho capito quale fosse, per me la connessione tra i giardini e la depressione. Quella malattia che oscura la vista e ottunde i sensi, che ti impedisce di gioire di ciò che di bello esiste e di cui potresti ancora godere. Non ne hai colpa e non c’è sforzo che tu possa fare per obbligarti a provare un’emozione positiva, a portare un fascio di luce in quella stanza buia che è diventata la tua mente. Quando affondi non ci sono appigli. Una porta che si chiude da sola, ti sbarra dentro, e che non hai più la forza di spingere per cercare di uscire, in giardino”. [p. 94]

L’idea di definirsi attraverso i farmaci che si è costretti a prendere per non precipitare mi era sembrata agghiacciante”. [p. 116]

Bisogna stare attenti alle parole che si usano, con gli altri e anche con noi stessi, perchè la lingua costruisce il nostro mondo, interiore ed esteriore, e quello degli altri intorno a noi, a cascata. E’ faticoso, moltissimo, ma ripaga”. [p. 117]

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