Di cosa parliamo quando parliamo d’amore di Raymond Carver

Di cosa parliamo quando parliamo d’amore di Raymond Carver

Accendo la Tv e cerco su Sky, Netflix e Amazon Prime una serie d’amore da iniziare.

Una alla Dawson’s Creek che riesca a strapparti le lacrime dagli occhi come Christian Grey strappa i vestiti ad Anastasia in 50 sfumature di Grigio.

Nulla.

Rimango delusa, così vado dall’app su Amazon e ordino – causa quarantena, altrimenti sarei andata nella mia libreria preferita di Bologna: Il Libraccio di Via Oberdan – Di cosa parliamo quando parliamo d’amore di Raymond Carver.

Leggo velocemente, forse troppo, la quarta di copertina e lo metto nel carrello insieme a una crema per mani – ormai sembrano carta vetrata a forza di lavarle – e una lampadina da lettura notturna, per non disturbare il sonno di mio figlio, e il mio momento di svago.

Dopo una settimana arriva tutto.

Apro la confezione e, per evitare che i batteri si trasferiscano dal libro al mio corpo – sono lievemente germofobica, ma come non esserlo ultimamente? – aspetto qualche giorno prima di iniziare la lettura.

Superata l’introduzione di Diego De Silva, inizio a ricredermi, ma non demordo.

Leggo il primo racconto Perchè non ballate? e arriccio il naso, ma decido di rileggerlo.

Ne rimango stregata: i panini, la birra e il whiskey, l’acqua del rubinetto, la lampada a piantana, il ballo nel vialetto, il viso affondato “nella spalla dell’uomo” e il silenzio.

Durante la lettura avverto un po’ di tristezza, ma resto perfettamente in equilibrio.

Continuo con Mirino, Il Signor Aggiustatutto e le macchinette del caffè, Gazebo, Riuscivo a vedere ogni minimo dettaglio fino a Sacchetti.

Sacchetti è la storia di un padre che incontra, dopo molto tempo il figlio e decide di confessargli la relazione extraconiugale avuta con una rappresentante porta a porta.

Concludo il racconto, e il mio cuore si riempie di malinconia, non per il tradimento del padre ai danni della moglie – che non sembra essere il centro del racconto, pur occupando gran parte di questo – ma per la distanza fredda del figlio.

La tenerezza raggiunge il suo apice già alla seconda pagina, quando il padre aprendo un sacchetto bianco di pasticceria dice al figlio:

Ho preso qualcosa che magari ti puoi portare a casa. Non è un granchè. Un po’ di cioccolatini alle mandorle per Mary e di gelatine per i ragazzi.

Mi sembra di vederlo davanti ai miei occhi: timido con lo sguardo basso porgere a Les (il figlio) il sacchetto, quasi vergognandosi del contenuto, ma felice di aver qualcosa da regalargli, o qualcosa per farsi perdonare.

E dopo un “grazie” non troppo convinto di Les, il padre aggiunge “Non ti scordare di prenderlo quando riparti“.

Il racconto si chiude con Les che pone fine allo strazio di questo incontro salendo su un taxi, e dimenticandosi – intenzionalmente come direbbe Freud – “il sacchetto con i suoi regali sul bancone del bar”.

Ho ancora tempo prima che F. – mio figlio – si svegli.

Continuo la lettura, e penso che neanche io so sentire la febbre a F. come la mamma di Scotty (Il bagno), che per fortuna di uomini mediocri come Jerry e Bill ne ho incontrati davvero pochi (Di’ alle donne che usciamo), che non sono mai entrata in una sala Bingo in vita mia (Dopo i jeans) e che in gioventù anche io consideravo l’amore “un assoluto” (Di cosa parliamo quando parliamo d’amore)….oggi no!

Finisco i 17 racconti e mi sento come la protagonista di Morning Sun di Edward Hopper: sola.

Carver è riuscito a trascinarmi nella provincia americana delle classi medio basse, con grandi passioni per i superalcolici e pochi spiragli di felicità.

Insieme ai personaggi ho bevuto whiskey Teacher’s, birra Oly, vodka fredda di freezer, fumato tante sigarette, sono andata a pesca, sono stata tradita e abbandonata, ed ho concluso la giornata immobile sotto il patio di casa.

E allora capisco che l’amore di cui mi vuole parlare Carver è quello di una madre per un figlio, quello tra amanti, quello di una coppia ormai rassegnata, quello che insomma riguarda da vicino tutti noi.

E riflettendoci su, alla domanda: “In effetti noi che ne sappiamo dell’amore?”

Diventa automatico rispondere come uno dei protagonisti del 16 esimo racconto

Secondo me, siamo tutti nient’altro che principianti, in fatto d’amore. Diciamo di amarci e magari è vero, non ne dubito. Ci amiamo a vicenda e ci amiamo forte, tutti noi. Io amo Terri e Terri ama me e anche voi due vi amate. Sapete, no, di che tipo di amore parlo? Dell’amore fisico, quell’attrazione che vi spinge verso qualcuno di speciale e anche l’amore per l’essere dell’altro,per la sua essenza, per così dire. L’amore carnale, dunque, e, be’, chiamiamolo pure l’amore sentimentale, la cura e l’affetto quotidiano per l’altra persona. Ma a volte ho grosse difficoltà a fare i conti con il fatto che devo aver amato anche la mia prima moglie. Però è vero, lo so che è vero. […] C’è stato un momento in cui credevo di amare la mia prima moglie più della mia vita. Invece ora la detesto con tutto il cuore. […]Voi come lo spiegate? Cosa è successo a quell’amore? Vorrei tanto saperlo, che fine ha fatto. Vorrei tanto che qualcuno me lo dicesse. 

Tutto questo “equilibrio” potrebbe essere spezzato dalla domanda:

A chi è realmente attribuibile il merito di tanto successo?

A Raymond Carver o al suo editore Gordon Jay Lish (simpaticamente soprannominato da me Edward mani di forbice)?

Leggo, mi informo, approfondisco la versione “originale” di quest’opera- Principianti -, poi mi fermo e concludo che non sarò certo io a decretarlo, e che in fondo non mi interessa abbastanza farlo.

Penso – come dico spesso alle mie amiche – che quando finisce una “storia d’amore” la colpa è sempre a metà, così il merito di un grande successo.

Dentro di me non finirò mai di leggere Di cosa parliamo quando parliamo d’amore!


Numero di pagine

138.

Editore

Einaudi.

In poche parole…

La vita della provincia americana in 17 storie!

Curiosità
Consigliato a chi…

E’ un voyer delle vite altrui.

Non adatto a chi…

Ricerca il lieto fine.

Citazioni

Perchè voi ragazzi non ballate?.“ [p. 7]

-Tesoro, – ho detto a Myrna la sera che è tornata a casa. – Stiamo un po’ abbracciati e poi prepara una bella cenetta per noi due.
Myrna ha detto: – Vatti a lavare le mani.“ [p. 16]

Strana cosa, il bere. Se ci ripenso, tutte le nostre decisioni più importanti sono state prese mentre bevevamo. Anche quando discutevamo del fatto che dovevamo bere di meno, ce ne stavamo seduti al tavolo di cucina oppure a un tavolo da picnic nel parco con davanti sei lattine di birra o una bottiglia di whiskey.“ [p. 20]

Avevamo la buffa sensazione che ormai poteva succedere di tutto, visto che avevamo capito di non avere più niente.“ [p. 22]

Ho pensato: Un giorno anche noi saremo vecchi come loro. Pieni di dignità. E in una casa tutta nostra. Con la gente che viene a trovarci“ [p. 23]

Vedi come ci si abitua a tutto?“ [p. 37]

Mi sa che è ancora più triste, vivere così, soli ma insieme agli altri, invece che per conto proprio.“ [p. 106]

“Però non si muove dalla finestra, ricordando quella vita passata. Avevano riso. Appoggiati l’uno all’altra, avevano riso fino alle lacrime, mentre tutto il resto – il freddo e dove lui era andato in quel freddo – restava di fuori, almeno per un po’.“ [p. 113]

E tutto questo, tutto questo amore di cui parliamo, diventerebbe solo un ricordo. Forse neanche quello.“ [p. 122]

quell’uomo si stava facendo venire il crepacuore solo perché non poteva girare quella testa dell’accidente per vedere sua moglie, maledizione.“ [p. 127]

Voto

10

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